giovedì 28 ottobre 2010

L'Italia, Cameri e gli F-35

Anticipando la manifestazione in programma a Novara il 6 novembre, e in attesa che il mio contributo sulla questione degli F-35 trovi spazio su qualche giornale novarese, pubblico una versione più "sintetica", rivista e corretta, del lungo pezzo.

Continua qui: 2a parte e 3a parte.

La recente assegnazione dell’appalto per la costruzione del fabbricato destinato all’assemblaggio degli F-35, all'interno dell’aeroporto di Cameri, ha destato l’attenzione dei novaresi (o, almeno, dei più attenti). La partecipazione italiana all'acquisto e alla costruzione dei nuovi cacciabombardieri F-35 è una grande opportunità economica (come ritengono trionfalmente alcuni) o il denaro pubblico necessario all'operazione si potrebbe impiegare meglio, soprattutto in un periodo di magra come questo? Domande simili sono state rivolte alle parti in causa (aeroporto di Cameri, istituzioni militari e civili, ditte coinvolte): ma prima di dirvi quali sono state le risposte, è necessario ripercorrere la storia “italiana” degli F-35, dall'inizio a oggi.

F-35: storia di una decisione bipartisan
“Joint Strike Fighter” è il nome del programma militare finalizzato alla costruzione di un aereo da combattimento iperteconologico e micidiale come nessun altro prima: l’“F-35 Lightning II”. L’Italia si avvicina al programma nel 1996, quando l'allora Ministro della Difesa Beniamino Andreatta riesce a far valere i suoi buoni uffici presso il Department of Defense americano. Risultato: il 23 dicembre 1998 il governo D’Alema firma il primo "Memorandum d’Intesa" con il governo USA. Il solo biglietto d'ingresso al programma “JSF” per l'Italia è di 10 milioni di dollari, pagabili dal 1999.

Dal 2001 s'inizia a far sul serio. A ottobre la Lockheed Martin ottiene dal governo americano la più grossa commessa militare della storia statunitense, bruciando la concorrenza della Boeing: 200 miliardi di dollari per sviluppare e costruire i primi F-35. Marina e aeronautica ne ordinano 3.000, pronti entro il 2034. In quel periodo, si era stimato un costo di 69 milioni di dollari per ogni F-35 uscito dagli stabilimenti della Lockheed. Una cifra destinata ad aumentare negli anni successivi, facendo proprio dell’aspetto economico il tallone d’Achille dell’intero programma.
A questo punto, agli States sono necessari partner internazionali. Per primi entrano in scena gli inglesi, con una partecipazione finanziaria del 10% e un ordine di 138 velivoli. Il Regno Unito, a oggi, rimane l’unico partner di primo livello degli Usa: ossia, l’unico ad avere accesso ai segreti tecnologici di questa sofisticatissima arma da guerra.
In Italia, nel frattempo, l’aria è cambiata, anche se le posizioni sui nuovi armamenti restano le stesse. Nel 2001 Berlusconi torna al governo, e poco dopo al Parlamento viene sottoposta la proposta di finanziamento del “Joint Strike Fighter”. Le Commissioni di Difesa approvano la partecipazione alla “fase di sviluppo del progetto con un costo” che “per l’Italia ammonta a 1.028 milioni di dollari, pari a circa 1.190 milioni di euro (al cambio di 1,16 euro per dollaro)”. Dopo essere passata dalla cassa, l’Italia può recarsi al Pentagono, il 24 giugno 2002, per la firma di un nuovo Memorandum of Understanding. A rappresentare il nostro paese c’è l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, attuale Capo di Stato Maggiore della Difesa. I memoriali del giorno parlano di un “great day”.
In virtù dell’accordo, l’Italia accede alla successiva fase di sviluppo del “JSF” come partner di 2° livello (senza possibilità di mettere mano ai segreti tecnologici degli F-35), a fronte di una partecipazione finanziaria non superiore al 5% e con l’impegno di acquistare 131 velivoli. In due versioni: una ad atterraggio e decollo convenzionali, l’altra a decollo corto e atterraggio verticale, destinate entrambe a rimpiazzare circa 200 aerei in forza all’Aeronautica e alla Marina Militare.
Intanto, anche l’Olanda entra nell’affare come partner di 2° livello, con 85 esemplari di F-35 messi in preventivo. Gli altri partner (di 3° livello) sono Australia, Turchia, Canada, Danimarca e Norvegia. Tutti con una partecipazione limitata all’1-2% e ordini più modesti. È di queste settimane, invece, l'acquisto israeliano di una ventina di F-35, per un costo totale di 2,75 miliardi di dollari. Gli aerei saranno consegnati tra il 2015 e il 2017, con un'opzione per acquistarne un'altra dozzina

Torniamo indietro, al dicembre 2006. Dalla base texana di Fort Worth decolla il primo prototipo di F-35 e con esso la laboriosa fase di test in volo. L’anno seguente l’Italia ratifica la propria partecipazione al programma con l'ennesimo Memorandum d’Intesa. Alla firma è seguito un ulteriore impegno finanziario, di 903 milioni di dollari. Oltre a confermare l’acquisto di 131 velivoli (11 miliardi di dollari, pari a 12,9 in euro, secondo il cambio dell’epoca) il sottosegretario alla Difesa, Lorenzo Forcieri, ottiene di costruire, in Italia, una linea (la cosiddetta “FACO”) per l’assemblaggio degli F-35 italiani e olandesi e per la manutenzione dei velivoli europei. Luogo designato: l’aeroporto militare di Cameri. Perché proprio Cameri?

L’aeroporto di Cameri
Decido di scoprirlo, chiamando l'aeroporto per fissare una visita. È sufficiente un breve tour per intuire come, da queste parti, l’aeroporto faccia ormai parte dell’arredo ambientale. Si estende su un’ampia superficie (circa 300 ettari), tra i comuni di Cameri e Bellinzago, in una zona ideale, senza alberi ad alto fusto, pianeggiante e impermeabile all’acqua. Accanto all’aeroporto, si trova la Caserma Babini, la seconda base terrestre italiana per estensione, e nel raggio di poche decine di chilometri hanno sede le principali aziende aeronautiche, e di armi, italiane. Tutto quaglia.
C’è poi l’aspetto “affettivo”, da non sottovalutare: come mi confida il Capitano Marco Ciolli, che mi ha fatto da guida durante la visita, “sono poche le persone della zona a non avere un famigliare che ha lavorato, o che lavora, per l’aeroporto di Cameri”. In più, ogni anno circa 5000 persone (“esterni”, come li chiamano qui) visitano l’aeroporto e, lo scorso ottobre, un bagno di folla ne ha salutato i cent’anni di vita.
Il capitano Ciolli mi permette di vistare il cuore dell'aeroporto, ossia il Reparto Manutenzione dell'aeroporto: un enorme hangar, formicolante di tecnici, in grado di ospitare una decina di aerei alla volta. Qui, il Direttore del Reparto, il Ten. Col. Martini, mi illustra brevemente le complesse operazioni legate alla manutenzione dei caccia. Apprendo così che il Reparto non si limita a effettuare la manutenzione e gli aggiornamenti tecnologici di Tornado ed Eurofighter, ma decide quando un aereo della flotta italiana necessita di una controllatina. Non solo: a Cameri viene addestrato il personale addetto alla manutenzione e, sempre qui, tecnici di Alenia (la ditta aeronautica maggiormente coinvolta nel programma “JSF”) lavorano, da molti anni, a fianco del personale militare dell’aeroporto.

Fuori dall'hangar, guardandomi intorno, non vedo traccia di cantieri per la costruzione del già citato “FACO”, la cui realizzazione è stata di recente assegnata da Alenia alla vicentina Maltauro, con una commessa di ben 185 milioni di euro. Chiedo lumi al capitano Ciolli, il quale mi comunica che non è autorizzato a parlarmi degli F-35, poiché si tratta di un programma di competenza del Ministero della Difesa. Perciò mi consiglia di rivolgermi direttamente al Ministero.
Così faccio. In pochi giorni ottengo una risposta dal Col. Ciro Esposito dello Stato Maggiore. Questi, dopo aver premesso la complessità del programma, mi invia alcuni documenti istituzionali riguardanti gli F-35 e la linea di assemblaggio di Cameri. Uno dei documenti riguarda la richiesta di parere parlamentare datata 10 marzo 2009: in essa si parla di un costo stimato, a condizioni economiche 2008, di circa 605,5 milioni di euro per la costruzione e il funzionamento della linea “FACO” a Cameri. La cui realizzazione, però, era prevista già nel 2009. Quindi, un ritardo nel programma c’è stato e ciò spiega, almeno in parte, l’assenza di tracce del capannone nell’aeroporto.
L’8 aprile 2009 la richiesta governativa della costruzione della linea di Cameri, insieme naturalmente all'acquisto degli aerei, viene approvata dalla Commissione di Difesa. A due condizioni: “un ritorno industriale per l'Italia proporzionale alla sua partecipazione finanziaria” e comunicazioni annuali “alla Commissione Difesa in caso di scostamenti significativi rispetto alle previsioni” economiche iniziali. Due riserve sulle quali torneremo tra poco.

Tirando le somme, la partecipazione dell’Italia al programma militare costerà, in tutto, 16 miliardi di euro fino al 2026. Come abbiamo visto, malgrado le alternanze di governo, e i ritardi nel programma, l’approvazione dell’8 aprile 2009 sembra spianare la strada all’acquisto degli F-35 e alla costruzione del fabbricato di Cameri. Anche se si tratta di un’operazione articolata per la quale, però, manca ancora una decisione definitiva, poiché alcune difficoltà stanno complicando l’intero programma.

F-35: le difficoltà
Prima fra tutte, la crisi economica. Così si spiegano i tagli alla difesa danese che hanno sospeso, per due anni, l’acquisto dei 48 F-35 già ordinati dal governo di Copenaghen. Anche il parlamento olandese, lo scorso 20 maggio, ha votato la cancellazione dell’ordine di un primo esemplare di F-35 e l’interruzione di nuovi impegni con l’amministrazione americana. Una decisione definitiva, però, dovrà essere presa dal governo laburista vincitore delle elezioni del 9 giugno scorso. Una decisione che riguarderà anche l’Italia, poiché il nostro paese ha stretto un accordo per assemblare anche gli 85 F-35 olandesi nell’impianto di Cameri.
A proposito dell’Italia, la crisi morde anche da noi. Sul versante militare, il paese deve tener conto di una spesa crescente per le missioni in Afghanistan: i 600 milioni di euro del 2009, diventeranno 700 entro la fine del 2010, con un ulteriore aumento previsto nel 2011. Inoltre, l’Italia si è già impegnata nel consorzio europeo per la progettazione e l’acquisto di altri aerei da guerra: gli Eurofighter. È notizia recente la rinuncia all'acquisto di 25 Eurofighter la cui spesa complessiva ammonta a 7 miliardi di euro.
A queste spese militari e alla crisi, si aggiunge il continuo aumento dei costi dell'operazione "JSF". Come detto, stando alle stime della Corte dei Conti americana, nel 2001 il costo medio di acquisto di un F-35 si aggirava sui 69 milioni di dollari; oggi i milioni sono 112 (87 in euro, stando al cambio attuale). Anche il Pentagono potrebbe decidere una riduzione degli ordini se la Lockheed Martin non riuscirà a frenare i costi. Ma il rischio più grande è rappresentato dalla Nunn-McCurdy, una legge americana che prevede la cancellazione dei programmi militari che superano di almeno il 25% i costi iniziali. Qualora il Segretario della Difesa non dimostri necessari alla sicurezza nazionale questi aumenti, il rischio per il “JSF” è concreto.

Crisi mondiale, aumento dei costi e, in più, scarsa disponibilità da parte della Lockheed a cedere il know-how dell’F-35 alle aziende dei paesi partner: sono questi i principali ostacoli per la prosecuzione del “JSF”. Ma, a proposito di aziende, quali sono quelle italiane coinvolte? E quali ritorni economici e occupazionali sono possibili per il l’Italia e il novarese?

Aziende italiane coinvolte nel “JSF”
Secondo i dati della Difesa Italiana, “il coinvolgimento produttivo riguarda 12 regioni italiane e circa 40 siti industriali”, per una ventina di aziende in tutto, ognuna impegnata nella fabbricazione di una componente dell’aereo. L’azienda più coinvolta è la già citata Alenia Aeronautica, che produrrà il “cassone alare del 100% dei velivoli destinati alle forze armate italiane e del 50% di quelli destinati a USA e Regno Unito, (complessivamente almeno 1.300 ali)”.
Alenia gestirà anche le attività dell’impianto di Cameri, sovrintendendo prima l’assemblaggio, poi la manutenzione degli F-35. Seguono, tra le altre, la torinese Avio (che ha ottenuto di sviluppare alcune parti del motore F136, destinato alla versione a decollo convenzionale dell’F-35), la Piaggio Aero, la Galileo Avionica e anche la Mecaer di Borgomanero, incaricata di costruire il carrello di atterraggio.
Quindi, gli accordi tra governo e aziende italiane sarebbero pronti: manca l’intesa con il Pentagono e con la Lockeed. Infatti, come si legge in un’interrogazione parlamentare del marzo 2010, a fronte di grandi opportunità (si parla di un volume di affari complessivo, per le aziende italiane, di circa 17 miliardi di dollari) “nei confronti del Governo USA e della Lockheed Martin, il Ministero della Difesa continua a esprimere forte insoddisfazione per una partecipazione nazionale non adeguata rispetto agli investimenti fatti sinora”. Sia dal punto di vista quantitativo, “sia rispetto al contenuto tecnologico delle opportunità fino ad oggi effettivamente concretizzate” .
Il nostro esecutivo, insomma, punta a un ritorno più favorevole per le aziende italiane, oltre a un livello tecnologico più alto di quello concesso dalla Lockheed. Ma, a quanto pare, la Lockeed Martin è piuttosto avara sotto questo aspetto.
Tuttavia, dalle dichiarazioni di Crosetto, del 15 luglio 2010, pare che i nodi principali si stiano allentando. Il Sottosegretario alla Difesa rivela: “l’accordo-ombrello con Lockheed Martin e il governo americano è praticamente nel cassetto. Ogni giorno tracciamo una riga sulla lista dei problemi che hanno fino a qui impedito di acquisire i contratti” .
Per provare a capire se davvero questi problemi si stanno risolvendo, chiamo la già citata Alenia Aeronautica: prima passano la mia chiamata da un ufficio all'altro, poi una gentile segretaria si annota il mio recapito, assicurandomi che passerà le mie richieste a chi di dovere. Chissà che, prima o poi, qualcuno mi richiami.

Stime occupazionali: Governo e Provincia
Secondo fonti governative, la partecipazione delle aziende italiane al “JSF” si dovrebbe tradurre in 10.000 posti di lavoro in tutta la penisola, mentre la sola “FACO” di Cameri consentirebbe la creazione, nella fase di picco, di circa 600 posti di lavoro, inclusa manodopera altamente qualificata.
A questo proposito, il Presidente della Provincia di Novara ritiene la partecipazione al programma “una sfida troppo importante davanti alla quale nulla va lasciato al caso”. Riferendosi, in particolare, alla costruzione del fabbricato di Cameri, Diego Sozzani assicura le aziende locali che “la Provincia guarda con particolare attenzione e speranza alle prospettive occupazionali ed economiche legate a una commessa simile: 185 milioni di euro solo per questa prima fase”.
E ricorda come, durante il Consiglio del giugno scorso, siano state già prese in considerazione le opportunità per agevolare il territorio e le aziende novaresi. Infatti, nell’Ordine del Giorno del 17 giugno 2010, presentato dal consigliere Claudio Li Calzi, s’invita il “Presidente e la giunta a operarsi presso tutte le sedi istituzionali, siano esse nazionali o internazionali, affinché vi sia una reale possibilità di sviluppo per tutto il territorio provinciale e che tale sviluppo si concretizzi in occasioni di lavoro”. Proprio in ragione delle “enormi ricadute economiche per tutto il nostro territorio che da questo appalto [relativo alla costruzione del fabbricato di Cameri] potrebbero derivare”.
Per avere maggiori informazioni su queste "ricadute" e sulla costruzione del "FACO", decido di contattare proprio il consigliere Li Calzi, prima via email, poi addirittura su Facebook. Ma, anche in questo caso, nessuna risposta.

La Provincia di Novara aveva anche fissato, per il 28 luglio 2010, “un tavolo di confronto con i vertici dell’impresa Maltauro per valutare il grado di partecipazione delle aziende novaresi”. All’ultimo, l’incontro è saltato, lasciando insoddisfatta la curiosità più pressante: considerando il ritardo del programma, perché, se l’appalto alla Maltauro è stato assegnato lo scorso giugno, all’aeroporto di Cameri nulla si muove? Si tratta di normali tempi burocratici, o il ritardo nasconde altro?
Non mi rimane che rivolgermi all’ufficio stampa della ditta vicentina: vengo interrotto pressoché immediatamente, poiché la Maltauro non è autorizzata a divulgare informazioni su questo argomento.
Non insisto, ma provo a sondare le posizioni dei sindaci di Cameri e Bellinzago, i comuni che ospitano l'aeroporto. Al primo cittadino di Bellinzago invio un'email che attende ancora risposta, mentre con il sindaco di Cameri, la sig. Monfrinoli Rosa, riesco a prendere un appuntamento, seppur a fatica. Ma il mio nome, suppongo, dev'essere rimasto in fondo alla lista d'attesa.

Chi dice “No”
Chi invece sono state semplici da interpellare, sono le voci contrarie all’affaire F-35. I primi a schierarsi contro i nuovi caccia non potevano che essere i membri dell’ Assemblea Permanente No F-35. Si tratta di un coordinamento nato dall’unione di gruppi piemontesi e lombardi. La sua sede è a Novara e ha uno scopo chiaro: opporsi all’assemblaggio degli F-35. 
L' incontro con alcuni componenti dell’Assemblea avviene nel loro quartier generale, in località Isarno, a Vignale. A rispondere alle mie domande sono Oreste Strano, sua moglie Dorothea Krauss e Giorgio Rivoltella.
Trattandosi di un’associazione anti-militarista è inevitabile il rifiuto all’assemblaggio degli F-35 proprio in quanto macchine da guerra. “In realtà - precisa Giorgio - chiediamo che l'Italia non acquisti gli F-35, e che gli aerei, dunque, non vengano assemblati né a Cameri, né altrove. E che il denaro risparmiato sia speso per risolvere i problemi reali del nostro paese. Di fronte a una crisi disastrosa, è vergognoso sborsare montagne di soldi in questo modo, quando, per esempio, a Novara gli sfratti aumentano e un giovane italiano su tre è disoccupato. Sono queste le faccende che la politica dovrebbe affrontare, anziché far passare gli F-35 come un’opportunità economica”. Secondo l’Assemblea No F-35, la lusinga dei nuovi posti di lavoro è “il solito ricatto occupazionale, come se solo le fabbriche di armi possano generare occupazione”. Per Oreste e soci, i 10 mila nuovi posti, e i seicento di Cameri, sono poco credibili. “Prendiamo la costruzione dalla ‘FACO’ di Cameri: questa operazione non riguarderà i novaresi, poiché la Maltauro si limiterà a inviare la propria manodopera per montare le parti di quello che sarà un prefabbricato”.
“Le uniche ricadute per il territorio - rilancia ironicamente Dorothea - saranno ambientali. Assemblaggio e manutenzione degli F-35 dureranno 40 anni: per tutto questo tempo, sarà un viavai di aerei sulle teste dei novaresi e sul vicino Parco del Ticino. Senza dimenticare che i ritorni industriali sono a vantaggio delle aziende private, mentre i soldi per finanziare il programma militare provengono dalle casse dello stato”.
Ma, obietto io, ogni paese ha il diritto di difendersi militarmente. Per i miei interlocutori, nel caso dell’F-35 il problema non si pone, giacché si tratta di un aereo d’attacco, non di difesa. Un caccia adatto a uno scenario di guerra come quello afghano, più che mai utile per "sostenere le guerre imperialiste di Stati Uniti e dei loro alleati".

Pur partendo da posizioni differenti, sulla stessa linea si trova la Diocesi di Novara. È quanto emerge dalla nota emessa il 7 luglio dalla Commissione Giustizia e Pace della Diocesi novarese. Nella nota è chiaro il rifiuto di “un progetto che nella sua ambiguità ha ben poco di evangelico”. Chiedo a don Mario Bandera, l’autore del comunicato, di spiegarmi le ragioni di un così netto rifiuto.
Don Mario dirige due uffici: il Centro Missionario Diocesano e l’Ufficio per i Problemi Sociali, che, al suo interno, ingloba la Commissione Salvaguardia del Creato e la già citata Giustizia e Pace. In quest’opera di richiamo alle coscienze, la Diocesi novarese non è sola, giacché le stesse posizioni sono condivise dalla Pastorale del Lavoro piemontese e dal movimento cattolico Pax Christi. Don Mario premette che, quelle della Diocesi, non sono posizioni preconcette: “Non si tratta di pacifismo sterile, ma di posizioni allineate al magistero della Chiesa Cattolica. La questione non riguarda solo gli F-35, ma la più generale corsa agli armamenti che Giovanni Paolo II, poco prima di morire, definisce ‘uno scandalo e un’offesa a Dio’, poiché sottrae capitali preziosi per altre esigenze più pressanti”.
Nel caso degli F-35 la questione si allarga anche al problema nucleare: “Questi sono caccia d’attacco, predisposti a trasportare armi nucleari. Nell’enciclica Pacem in terris del 1963, Giovanni XXIII liquida la guerra nucleare come “alienum a ratione”, ossia un atto insensato. La stessa posizione, secondo noi, dovrebbe essere assunta nei confronti degli F-35.” Anche perché, “in caso di conflitto, l’aeroporto di Cameri diventerebbe un obiettivo sensibile e il nostro territorio sarebbe seriamente a rischio.”
Per la Diocesi i soldi messi in preventivo per gli F-35 andrebbero usati per "costruire 3000 nuovi asili nido, 8 milioni di pannelli solari e sistemare i conti pubblici”, evitando di tagliare i contributi alla scuola, agli stipendi statali e alle Forze dell’Ordine, se proprio ci teniamo alla difesa.

Conclusioni
Questa è, allo stato attuale, la situazione degli F-35. Per quanto riguarda l'Italia, non è detto che il nostro impegno si concluda nei tempi, e con i numeri, previsti all’inizio. Sia per le difficoltà intrinseche a questa complessa operazione, complicata ulteriormente dalla crisi mondiale; sia a causa del prevedibile silenzio delle aziende coinvolte, e per la tradizionale prudenza delle autorità militari, non sono riuscito a saperne di più. Lascio ai lettori il giudizio finale sulla questione e li invito a rivolgere gli interrogativi iniziali, rimasti senza risposta, alle parti in causa.
Io sono solo un cittadino, che si diletta a fare il "giornalista"; chissà che le stesse domande, rivolte da molti cittadini, e da qualche giornalista vero, alla fine non ottengano qualche risposta soddisfacente. Ce ne sarebbe davvero bisogno.


AGGIORNAMENTO - 6 Novembre 2010



Sabato 6 novembre, a partire dalle ore 10 e per tutta la giornata, si è tenuta una manifestazione per dire "no" alla costruzione e all'assemblaggio degli F-35. A organizzarla è stata l'Assemblea Permanente NO F-35. Molte altre le associazioni partecipanti, tra queste: il Comitato Castanese NO F-35, il Comitato Salvanovara, il Comitato pace del magentino. E poi Claudia Berton, insegnante e scrittrice; Fulvio Grimaldi, giornalista e  Sandra Paganini, storica.

A fianco dell'entrata principale dell'aeroporto militare di Cameri, su un rettangolo di prato lungo la statale per Bellinzago Novarese, chiusi tra transenne metalliche e guardati a vista da una decina di poliziotti, sono stati esposti gli striscioni di protesta e montati gli stand informativi per opporsi a quanto sta per avvenire all'interno dell'aeroporto di Cameri.
E' infatti di due settimane fa la visita, a Cameri, del sottosegretario alla Difesa, Guido Crosetto, accompagnato da un Cota che non stava più nella pelle. Nella conferenza stampa che è seguita hanno esploso una raffica di numeri, utili per tranqullizzare i militari e gli industriali della zona.
Dunque, per Crosetto la costruzione del capannone per l'assemblaggio e la futura manutenzione degli F-35 - affidata alla vicentina Maltauro - dovrebbe partire a gennaio 2011 e interesserà circa 120 mila metri quadrati di territorio. Il sottosegretario ha parlato di un investimento pari a 250 mila euro, in grado di dare lavoro, una volta finito,  a circa 2 mila persone e di generare ricchezza per 20 miliardi di euro in 40 anni.
Intanto, ci sarebbe da attendere il 2014 per vedere il primo esemplare "camerese" di F-35, ma i giornali locali (leggi Corriere di Novara e Tribuna Novarese, tradizionalmente di destra e a fianco del polo industriale-militare) ne approfittano per gridare al decollo del modello di sviluppo novarese,e di progetto entrato nella fase esecutiva.

Ma l'affaire F-35 non è così semplice come lo fanno sembrare. Il già citato aumento dei costi del progetto, e il conseguente ritardo del programma, continuano a far preoccupare le parti coinvolte. Infatti, il costo totale del progetto Joint Strike Fighter è passato dai 230 miliardi di $ del 2002 ai circa 382 attuali stimati dal Pentagono. Nello stesso periodo di tempo è aumentato dell'80% anche il costo medio di ciascun esemplare di F-35.

E' di questi giorni il resoconto del vice ammiraglio della Marina Americana, Admiral David, al responsabile degli acquisti del Pentagono Ashton Carter: oltre a un aumento dei costi, è previsto un ulteriore ritardo del programma, addirittura fino a tre anni, perchè il Pentagono chiede alla Lockheed Martin maggiori garanzie, non solo finanziarie, ma anche di sicurezza dell'aereo.

Di fronte alla crisi mondiale, all'aumento dei costi, ai ritardi che rendono le tecnologie dell'F-35 ogni anno più vecchie, gli stati coinvolti ci stanno ripensando. Ho già riferito dell'Olanda e della Danimarca: ora addirittura anche la Gran Bretagna nicchia, annunciando una possibile riduzione degli acquisti.
Così pure Michael Ignatieff, leader del Partito Liberale del Canada, ha assicurato addirittura che annullerà il contratto di acquisto degli F-35 (stipulato dai conservatori) in caso di vittoria alle prossime elezioni. Dunque, andrei piano con i trionfalismi.

Insieme alle certezze dei politici e degli industriali novaresi cadono anche le ultime due foglie di fico rimaste, che riguardano i posti di lavoro e le necessità di difesa. Come se solo gli aerei da guerra potessero dare lavoro.
Ma, ammettiamo che il programma JSF subisca un'accelerata improvvisa e tutto vada come da programma. Nel 2026, quando l'Italia avrà finito di pagare gli F-35, spendendo in tutto circa 16 miliardi di euro, si troverà in casa 131 aerei vecchi di quasi quarant'anni. Senza contare i costi per gli armamenti, le manutenzioni e il carburante per farli volare. Con 16 miliardi di euro, ammettiamolo, si potrebbero creare molti posti di lavoro in più, evitando di costruire macchine da guerra ed evitando, altresì, di oliare i soliti, vecchi ingranaggi.
Soprattutto in un periodo di tagli alla scuola pubblica (8 miliardi nei prossimi tre anni) e alla conservazione del territorio.

Non regge più nemmeno la necessità di difesa del suolo italiano a giustificare l'acquisto degli F-35 (per la difesa basterebbero gli Eurofighter che l'Italia sta già acquistando). Infatti, nel caso degli F-35 parliamo di aerei d'attacco. D'altronde, anche l'attuale Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, è da subito caduto in contraddizione, presentando alle Commissioni di Camera e Senato l'F-35 come "destinato alla difesa nazionale", ma al tempo stesso dicendo che la destinazione degli F-35 è "nelle missioni internazionali a salvaguardia della pace" in virtù della loro "spiccata capacità di impiego fuori area".

Se nella prima parte dell'articolo sono stato cauto e ho ascoltato entrambe le campane, valutando i pro e i contro dell'operazione, ora ho orecchi per una campana sola.
Facciamo il possibile per fermare la costruzione e l'acquisto degli F-35.





Continua qui e qui.

2 commenti:

  1. Non sono solo gli aerei da guerra che generano lavoro, e nessuno sostiene questa posizione. Ma è miope rifiutare di riconoscere che i 10.000 posti di lavoro creati in Italia dall'F35 non sono posti di lavoro rimpiazzabili.
    Questo è un programma ad altissimo contenuto tecnologico, che dà lavoro a ingegneri e operai altamente specializzati. Chiudersi fuori dal Joint Strike Fighter danneggerebbe in modo irreparabile settori industriali ad alta tecnologia in Italia, e costringerebbe un sacco di "cervelli" del settore, ancora una volta, ad una fuga all'estero.

    Con gli stessi soldi potresti assumere migliaia di professori precari. Vero.
    Per farci che cosa, però? Per istituire altre decine di variazioni sul tema della Letteratura Italiana...? Per fare altri corsi da 2 iscritti? Quello non è creare lavoro, ma beneficenza statale nella forma di tirare i soldi delle tasse, anche mie, adosso a centinaia di migliaia di persone che hanno studiato giurisprudenza e letteratura pur sapendo che ci sono più avvocati e più professori di quanti ne servano. Ovviamente, l'unica conseguenza possibile è che non trovano lavoro, ma non si può chiedere allo stato di garantire un posto da avvocato o professore o bancario a tutta la popolazione attiva, mentre c'è scarsità di contadini, allevatori, falegnami, idraulici, elettricisti, muratori, tutti ruoli che nessuno ha più voglia di fare e che forzatamente devono guardare agli immigrati per trovare forza lavoro.

    Sul fatto che l'F35 sia un areo d'attacco, dubbi non ce no sono mai stati: Joint STRIKE fighter, lo dice persino il nome. In Italia l'F35 rimpiazzarà i Tornado e gli AMX nell'attacco al suolo e supporterà i Typhoon nel ruolo di difesa aerea. L'F35 nella versione B rimpiazzerà gli Harrier della marina.

    Cancellare l'F35 lascerebbe la Marina con la nuovissima portaerei Cavour senza aerei da portare e lascerebbe l'aviazione indebolita nei ruoli d'attacco a obbiettivi di superficie.

    Sostenere che non sono "asset da difesa nazionale" ma "mezzi d'attacco" non ha alcun senso. Parliamo della stessa uguale e identica cosa. Quando è necessario, la difesa nazionale include sganciare bombe. Vorrei anche ricordare che i Tornado e gli AMX usati in Afghanistan e ora anche in Libia partecipano a missioni NATO/ONU e lo fanno senza sganciare bombe, ma solo fornendo ricognizione e intelligence.

    Anche questa vecchia favoletta di "spendiamo i 16 miliardi del JSF sulla scuola" è ridicola.
    Quei 16 miliardi saranno spesi su un periodo che va dal 2001 al 2026. Mediamente, si parla di 640 millioni l'anno. Guardate quanti miliardi vanno, ogni anno, nell'istruzione, e chiedetevi quanti di quei soldi vanno sprecati in inefficienza, truffe, sprechi e chi più ne ha più ne mette.

    Io sono un universitario. Studio a Parma, sono in ordine con i miei esami, sono al secondo anno. Vedo cos'è l'Università italiana. Ne vedo gli sprechi, ne vedo i professori che ad ogni lezione mi ammorbano con i loro comizi politici. Non mi piace Berlusconi, e mai avevo creduto ai suoi allarmi sulla scuola politicizzata. L'esperienza di ormai due anni mi fa dire che ha ragione. L'università è una polveriera politica e una macchina affamata di soldi da mangiare.
    Dare altri soldi a questo sistema?

    Prima va cambiato il sistema. Altrimenti tanto varrebbe prendere i soldi e usarli per accendere le stufe. Sarebbero bruciati allo stesso identico modo.

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  2. Ciao Gabriele,
    innanzitutto, grazie per il contributo.
    Premetto che non era mia intenzione cercare di convincere chi convinto, almeno un po', non lo fosse già. Ho semplicemente (si fa per dire) cercato di documentarmi il più possibile, interpellando, inoltre, le persone e le organizzazioni coinvolte. Solo dopo ho provato a esprimere le mie convinzioni, personali e opinabili, naturalmente.

    Voglio, però, fare alcune precisazioni. Ho molti dubbi sui 10 mila posti di lavoro, che tu citi e che anch'io ho riportato: a questo proposito ho chiesto al Comando di Cameri, all'Aeronautica Italiana; ho chiamato Alenia, la Maltauro, i Sindaci di Cameri e Bellinzago, e poi ho scritto al Consigliere della Provincia di Novara Li Calzi e alla Regione Piemonte: nessuno ha voluto/saputo/potuto rispondermi a riguardo. Vorrei solo capire come si è arrivati a questa stima, e se si tratta di nuovi posti effettivi.
    Ma anche ammesso che la cifra sia veritiera, io non ritengo accettabile l'assunto di partenza, secondo il quale basta che porti lavoro e qualsiasi investimento è buono: qui si tratta sempre di macchine da guerra e di distruzione, non ce lo dimentichiamo.
    E poi chi te lo dice che non si tratta di posti di lavoro rimpiazzabili? Mi sembra che con quelle cifre si possa dare lavoro ad altre persone, senza sganciare bombe o costruire armi letali come quella che si sta contribuendo a costruire.

    Poi, come saprai, e come ho cercato di documentare, l'Italia è soltanto partner di 2° livello del progetto JSF, i cui costi continuano ad aumentare, come provato dalla Corte dei Conti americana. Olanda, Danimarca e Canada (vado a memoria) si sono tolti dall'affare, o stanno per farlo, rischiando di far aumentare ancora l'investimento per chi rimane.

    Io non sono un esperto, ma a chiamare aerei da difesa gli F-35 è stato il Ministro La Russa, come riportato dal link nel post.

    Sei all'università da "ormai" due anni, io purtroppo da molti di più (ora sto cercando un lavoro più stabile in Facoltà) e sono d'accordo che di sprechi ne sono stati compiuti (ma come ce ne sono in altre amministrazioni pubbliche, esercito compreso, immagino). Però, perdonami, è una favoletta che nella scuola italiana si è investito troppo (al massimo, sono stati gestiti male gli investimenti): per esempio, in università e ricerca, secondo i dati OCSE, l'Italia è pari della Slovacchia, se si rapportano gli investimenti al PIL (0,8%, se non ricordo male).

    Comunque, quello della scuola era soltanto un esempio, ma sono convinto che si potrebbero investire altrove quei soldi, non per distruggere, ma per costruire qualcosa.

    Grazie ancora per essere passato, e spero che passerai ancora a fare un giro su questo blog.

    Andrea

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